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mercoledì 11 giugno 2014

Il successo della serie Gomorra: meccanismi psicologici universali in salsa camorristica

Ciro di Marzio interpretato da Marco D'Amore-foto da web
Ieri sera sono andate in onda su Sky Atlantic le ultime due puntate della serie, e già si parla della seconda stagione che, pare, ci sarà. Inoltre la prima serie sbarcherà prossimamente in chiaro su La7, ed è già stata venduta a più di 50 paesi nel mondo. Un autentico successo per una fiction italiana, che ha tenuto incollati moltissimi telespettatori agli schermi in una sorta di vera e propria dipendenza. Anche telespettatori insospettabili, che di norma non sono appassionati del genere mafia-guerra-azione. Già, ma perché stavolta si è riusciti ad abbracciare un’utenza così vasta? Perché è un ottimo prodotto, curato e confezionato con estrema professionalità, e soprattutto perché ci racconta meccanismi psicologici universali, in cui tutti in un certo senso possiamo riconoscere qualcosa della nostra vita (fatte salve le sparatorie ed il sangue, ovviamente). Per citare Saviano su La Repubblica: “Non volevamo raccontare la camorra al mondo, ma al contrario raccontare il mondo attraverso la camorra”. L’ambizione e la ricerca del potere ed i suoi meccanismi magnificamente svelati sono il vero nucleo della serie, in un certo senso l’ambientazione mafiosa è secondaria, seppur ricreata con magistrale realismo. Chi non si è mai imbattuto in vita propria almeno una volta nel brillante ambizioso per eccellenza alla Ciro di Marzio, pronto a blandire, spergiurare, tradire, in barba a qualsiasi codice d’onore o etico, per arrivare al potere? Chi non ha mai pensato almeno una volta che esistono capi ottusi, che non sanno gestire o mantenere il potere perché commettono il fatale errore di demansionare o non riconoscere un brillante e ambizioso collaboratore che non esiterà per questo a vendicarsi? La fiction mostra chiaramente come per mantenere il potere serva una cosa soltanto...continua a leggere qui

giovedì 8 maggio 2014

“Giovane e bella”: sesso, adolescenza e baby-escorts

In un contesto di attualità in cui le storie di baby escorts affollano tristemente le pagine dei quotidiani, lasciando gli adulti interdetti ed aprendo l’interminabile dibattito di psicologi e sociologi, è particolarmente interessante, e da certi punti di vista inquietante, vedere “Giovane e bella” diretto da François Ozon nel 2013.
Il film è tutto incentrato sulla protagonista Isabelle, una bellissima diciassettenne circondata da una famiglia composta da fratellino minore, madre e patrigno. La ragazza, dopo la prima deludente esperienza sessuale consumata in villeggiatura con un coetaneo un po’ scialbo che non è riuscito a farle battere il cuore, rientra a Parigi con la famiglia dopo le vacanze e qui, senza motivi plausibili apparenti, e complice l’utilizzo di Internet, cellulari e siti specializzati, inizia a prostituirsi con uomini molto più grandi, guadagnando denaro che apparentemente non utilizza ma si limita ad accumulare. Un imprevisto tragico la costringe a fermarsi, a riflettere su quello che sta facendo e fa si che la famiglia scopra la sua doppia vita. Dopo il trauma iniziale la madre decide di farla aiutare da uno psicologo, tra scenate e tentativi di complicità nella speranza di conquistare la sua fiducia e di capire una volta per tutte l’ imperscrutabile e fredda figlia adolescente, indifferente alle feste ed al mondo dei suoi coetanei. Per tutto il film lo spettatore tenterà di capire perché Isabelle abbia deciso di diventare una baby-escort, senza riuscirci mai veramente. Non ci sono motivazioni economiche: Isabelle vive in una famiglia benestante che non le nega alcun oggetto, lusso o divertimento. Ci sono una serie di spunti offerti durante lo svolgimento del film: primo su tutti, l’elemento del gioco. Isabelle è spinta soprattutto dalla voglia di giocare, di trasgredire, per vivere l’ebbrezza di superare i limiti del consentito. Al proposito, viene citato il poema di Rimbaud “Nessuno è serio a 17 anni” –Isabelle ed i suoi compagni di classe lo recitano e lo studiano durante le lezioni-. Un’altra parola chiave è: potere. Ovvero il gusto che l’adolescente prova nel constatare il proprio potere nei confronti dell’adulto: attraverso il sesso e la bellezza, Isabelle decide le regole del gioco e può addirittura farsi pagare dagli adulti, quasi quanto vuole. C’è anche un discorso di autostima: Isabelle è bellissima, eppure sente il bisogno di ricevere costanti conferme della propria bellezza; quale migliore conferma che un adulto disposto a pagarla per appropriarsi di quella bellezza? Il film implicitamente suggerisce forse che la ragazza cerchi il padre assente negli uomini molto più grandi a cui si concede (padre che ha lasciato la famiglia e si è ricostruito un nucleo familiare in un altro paese).

In sottofondo trapela poi il riferimento al fatto che viviamo in una società dove tutto si compra: i genitori, che non dedicano tempo ai figli non si dimenticano però dei compleanni che vengono retribuiti generosamente con un buon gruzzolo di denaro; offrono continuamente vacanze, teatro e distrazioni ai ragazzi, eccetto la concessione del proprio tempo. All’interno della stessa logica vengono menzionate dal fratellino di Isabelle le compagne di classe che vendono ai coetanei le prime prestazioni sessuali per 5 euro o per una ricarica del telefonino. In generale gli adulti che compaiono nel film sembrano tutti piuttosto facili da corrompere e da comprare- incluso il patrigno di Isabelle quasi sedotto, ad un certo punto, dalle provocazioni della ragazza. E gli adolescenti emergono soli e fragili. Alla fine, in ogni caso, lo sguardo del regista sulla vicenda è impotente, come pure impotente è lo spettatore: l’adolescenza resta un insondabile mistero.

lunedì 5 maggio 2014

L’America non esiste.

foto da web
L’America, ed in particolare New York, come terra promessa, ombelico del mondo dove chi si ferma è perduto ma chi sa vivere in velocità ed anche in superficie, pronto ad intercettare e precorrere le mode riesce a cogliere la sua occasione. Questa l’America descritta da Antonio Monda in “L’America non esiste”, vista attraverso gli occhi di due ragazzi appena ventenni, Nicola e Maria, fratello e sorella emigrati dall’Italia meridionale per incontrare un nuovo destino a New York. Due personalità opposte e due modi opposti di vivere l’esperienza americana: arrivati a Brooklyn, l’ambizioso Nicola riparte quasi subito alla volta della frenetica Manhattan perché capisce che è quello il cuore delle occasioni e il luogo dove tutto si crea e si decide. Nicola è sospinto da una rabbia febbrile che incanalata nella giusta maniera lo porterà al successo, iniziando come agente di incontri di box fino ad arrivare al patinato mondo delle gallerie d’arte. Attraverso i suoi occhi scopriamo una società liquida per eccellenza (per citare Zygmunt Bauman), dove la scalata al successo impone di non mettere radici, cambiare il proprio nome, essere sempre pronti a cambiare lavoro, relazioni, amicizie  per inseguire il nuovo e per precedere la direzione in cui soffierà il vento. L’essenziale è non essere ancorati ad una identità che ci appesantisce e ci trascina verso il fondo, ma decidere di cambiarla a seconda di quello che richiede il mercato. In questo senso l’America non esiste, per questa mancanza di identità e di radici. Ma è proprio questo il suo fascino, e se c’è una cosa che il lettore percepisce leggendo questo romanzo scorrevole e ben scritto, è una dichiarazione d’amore del suo autore Antonio Monda per New York – qui viene descritta la New York degli anni Cinquanta, euforica nel suo risveglio artistico e culturale del dopoguerra, dove vengono citati molti personaggi famosi, dal pugile Rocky Marciano al regista Elia Kazan, alle dive di Hollywood Liz Taylor e Marilyn Monroe-.
C’è poi un’altra America, quella vissuta da Maria, la sorella di Nicola, che rimane a Brooklyn nell’appartamento inizialmente messo a disposizione da uno zio. Maria vive l’America degli emarginati e degli sconfitti;  è l’esatto opposto di Nicola, non pensa di essere padrona del proprio destino ma si affida costantemente a Dio e agli altri –dove Nicola conta unicamente sulle proprie forze e sul proprio talento-; non giudica, è piena di fiducia e di amore e vede il bello in qualsiasi situazione. Non vuole conquistare la realtà ma si lascia trasportare dalla corrente. Irrita Nicola per questa sua semplicità e mancanza assoluta di ambizioni, e per lei l’America è solo un sogno inconsistente, perché neppure le interessa andare a caccia delle opportunità che potrebbe offrirle.

Molti romanzi sono stati scritti sugli emigrati italiani in America, perché questo continente ha sempre esercitato e sempre eserciterà un’ enorme suggestione su europei ed italiani (quanti di noi hanno uno zio o un parente emigrato in America!). E questo libro me ne riporta alla mente un altro, molto diverso per spessore e per ricerca storica su cui è basato, forse meno scorrevole, ma intenso, profondo e toccante. Parlo di  “Vita” di Melania Mazzucco (che vinse nel 2003 il premio Strega per questo romanzo) dove due bambini, Vita e Diamante, partono alla volta di New York da Tufo di Minturno. Siamo nel 1902 e la scrittrice descrive in maniera minuziosa e documentata le condizioni di vita degli emigrati italiani a inizio secolo nel ghetto italiano: appartamenti affollati e maleodoranti, lavoro minorile e bambini che non vengono mandati a scuola;le bambine che cuciono fiori di stoffa chiuse tutto il giorno in soffocanti appartamenti per pochi dollari; i bambini che fanno gli strilloni agli angoli delle strade, o vengono ingaggiati come truccatori di salme per le  agenzie di pompe funebri o ancora lavorano come  water-boy (trasportano secchi d’acqua tutto il giorno nei selvaggi cantieri in cui gli emigrati stanno disboscando per poi costruire le prime tratte ferroviarie). Oppure finiscono preda della Mano Nera, la prima mafia italiana newyorkese. In una città dove compaiono insegne fuori dai locali che recitano: “Vietato l’ingresso ai cani,ai negri e agli italiani.” Anche qui, destini opposti: Vita troverà la sua America, Diamante tornerà in Italia con la cocente delusione di non aver trovato la sua terra promessa, per lui l’America è stata solo un’illusione. Perché l’America è un’idea, un modo di interpretare la realtà: ad ognuno il proprio.

mercoledì 16 aprile 2014

“Nella casa”: voyeurismo e attrazione dell’indiscrezione

immagine da web
Da sempre esiste negli esseri umani un’attrazione per i segreti, per l’intimità e le vite altrui: poter sbirciare dentro la vita di un altro per coglierne le debolezze danno all’osservatore protetto dall’anonimato una sensazione di potere. E’ lo stesso meccanismo che sta alla base del gusto del pettegolezzo, presente in ogni società. Per non parlare dei reality degli ultimi dieci anni, basati su questa pulsione a volte inconfessabile.
Sbirciare nella vita altrui, non visti, con un certo morboso interesse, soprattutto se questa vita sembra più perfetta e più felice della propria. Come dire, l’erba del vicino è sempre più verde. Viene in mente “La finestra di fronte” di Ozpetek, dove l’irrisolta protagonista interpretata da Giovanna Mezzogiorno sogna la vita che non ha mai avuto sbirciando dentro la casa del vicino di fronte. Parte da qui l’originale thriller psicologico del regista francese Ozon, anno 2013,“Nella casa”, basato sulla libera rielaborazione della pièce teatrale "El chico de la última fila” del drammaturgo spagnolo Juan Mayorga.
Germain, professore di letteratura di un liceo francese, scrittore mancato per assenza di talento (per propria stessa ammissione), annoiato dalla correzione di temi banali e superficiali, si appassiona ai temi di un promettentissimo alunno di umili origini, Claude. Quest’ultimo trascina il professore in un gioco voyeuristico che porterà entrambi a perdere il controllo della situazione in un crescendo drammatico. Infatti Claude, con la complicità del professore si intrufola nella casa e nella vita di un suo compagno di classe, Raphael, che ha una famiglia apparentemente perfetta e molto borghese. Claude da un lato schernisce le frustrazioni, le debolezze e la mediocrità dei componenti della famiglia, dall’altro è attratto proprio da questa rassicurante normalità (e poi chi l’ha detto che normalità debba per forza coincidere con mediocrità?). In fondo Claude sente che forse dietro a questa “banale normalità” si cela una felicità che a lui non è mai appartenuta. Schernisce i personaggi così piccolo borghesi, eppure di nascosto prova il dopobarba del padre di Raphael, desidera la madre di Raphael, una sensuale Emmanuelle Seigner, qui casalinga annoiata. Si intrufola nel loro letto mentre dormono, desidera forse essere loro figlio.
Germain, il professore, in fondo anche lui ossessionato dalla mediocrità e dalla normalità si getta in questo gioco pericoloso forse perché inebriato dalla possibilità di sviluppare il talento di un ragazzino, quel talento che lui non ha mai avuto. Al punto da fargli dimenticare il buon senso e la solida e rispettabile vita che si è costruito insieme alla moglie Jeanne, inizialmente sua complice in questa morbosa avventura .

Nel film poi c’è  molto altro: riflessioni sulla letteratura, citazioni letterarie (Madame Bovary su tutte), riflessioni su finzione e realtà che inizialmente sono ben distinte ma poi si mescolano, come i possibili sviluppi di una storia. Ed è proprio questo ciò di cui gli esseri umani annoiati hanno maggiormente bisogno per evadere da una vita di routine: un’ottima storia. Da qui l’enorme potere dello scrittore. 

mercoledì 9 aprile 2014

“Viaggio sola” e single quarantenni.


I single over trentacinque sono, da diversi anni, una categoria abbastanza discussa. Condizionata dalle immagini proposte dai media che propinano un modello di famiglia perfetta in stile pubblicità del Mulino Bianco, l’opinione pubblica tende ad etichettare le persone single passando da un estremo all’altro: o si tratta di eterni bamboccioni che non riescono a crescere ed assumersi delle responsabilità, perennemente protetti dalla rassicurante campana di vetro dei genitori, o si tratta di soggetti che nasconderebbero chi sa quali turbe e problemi, o, viceversa, i single vengono visti come i nuovi eroi urbani che hanno avuto il coraggio di sfuggire alla prigione della famiglia con tutti i suoi doveri per dedicarsi ad una trasgressiva ed edonistica esistenza consacrata ai propri piaceri ed interessi personali. Comunque, dietro la condizione di single over 35 ci sarebbe sempre per forza o un problema o una rivendicazione.

Mai un minimo di obiettività ed equilibrio. Maria Sole Tognazzi nel film “Viaggio sola”, interpretato da una sempre convincente Margherita Buy nei panni di Irene, single quarantenne, ci propone invece una versione molto semplice e realista. Ovvero spesso il single è una persona normalissima che, semplicemente, ad un certo punto ha scelto che tra tutti gli stili di vita possibili, forse quel tipo di vita è proprio quello che meglio si adatta a lui / lei. Che così, tutto sommato, è abbastanza felice. O comunque meno infelice che scegliendo un altro tipo di vita. Irene è una donna emancipata, con un lavoro impegnativo che la porta a viaggiare molto: fa l’ispettore negli alberghi e resort di lusso. La cosa liberatoria è che non è però ne’ una vittima ne’ un’eroina icona del femminismo. Ne’ “sfigata” ne’ “vincente””, insomma. E’ una donna come tante, con i suoi alti e bassi. Nonostante il suo tipo di lavoro  probabilmente le renda più difficile coltivare relazioni stabili, non dovete però immaginare una povera derelitta che non sappia a chi telefonare quando si sente giù: ha un ex fidanzato ancora presente nella sua vita, un amico vero, imprescindibile. Ha una sorella a cui è molto legata e due nipotine che adora e che vizia. Insomma, ha una sfera affettiva di tutto rispetto. Ad un certo punto del film si sente sola, e forse rimpiange per un attimo scelte che non ha fatto: a chi non capita di tanto in tanto di sentirsi soli o ritornare su una scelta del proprio passato? Ha i suoi momenti di fragilità, ma alla fine, capisce che quella vita se l’è scelta perché probabilmente il suo concetto di benessere e di felicità coincidono con un’esistenza libera ed avventurosa, non con la rassicurante protezione offerta da una famiglia tradizionale. Perché è il suo viaggio, ed ognuno di noi ha diritto di scegliere come intraprenderlo.

mercoledì 19 marzo 2014

“Il Sospetto”: la calunnia è un venticello….


Film del regista danese Thomas Vinteberg, presentato con successo a Cannes nel 2012, “Il sospetto” è un film estremamente serrato, coinvolgente e persino partendo da una trama non eccessivamente originale riesce a creare molti spunti di riflessione.
Lucas è un maestro di asilo tranquillo, timido e riservato; quarantenne separato con un figlio, apparentemente è ben inserito nella piccola e ordinata comunità in cui vive, dove partecipa alle battute di caccia con gli amici e a tutti i rituali sociali di una tranquilla cittadina borghese.
Finché un giorno un’innocente bugia distrugge per sempre la sua vita: Klara, una bimba figlia del suo migliore amico nonché allieva di Lucas nel piccolo asilo in cui lavora, per una ripicca infantile e forse per ricevere attenzione da genitori troppo distratti e litigiosi, afferma di essere stata molestata sessualmente da Lucas.
Qui scatta l’isteria collettiva: le maestre dell’asilo, partendo dal presupposto che un bambino dica sempre la verità, conducono un’inchiesta completamente pilotata dove inducono Klara e successivamente gli altri bambini e i loro genitori a pensare ed affermare che Lucas sia colpevole. Allontanato immediatamente dal lavoro, Lucas, subisce una serie di violenze collettive che coinvolgono lo spettatore in un crescendo di angoscia, dai pestaggi all’uccisione del proprio cagnolino, fino ad essere arrestato e ad affrontare un processo che lo scagionerà legalmente ma non agli occhi della comunità.
Solo il figlio Marcus ed il padrino del figlio, grande amico di Lucas, gli rimarranno sempre accanto senza mai dubitare di lui. Film sul conformismo  e sul bisogno di essere costantemente inseriti in un gruppo e  di condividerne i valori, anche quando si tratta di evidenti falsità; sul pregiudizio, perché ciascuno di noi si fabbrica delle verità che ritiene giuste a priori, contro ogni evidenza; film  sul bisogno della collettività non solo di trovare un colpevole, ma di esorcizzare il male presente dentro ciascuno di noi stessi cercandolo sempre all’esterno, in un capro espiatorio, perché vedere il male fuori da noi è più facile che fare autocritica. Film sulle paure profonde, sulla paura di guardarsi davvero dentro; infine film sulla potenza della calunnia: una volta che si distrugge la reputazione di qualcuno con una manciata di parole, nulla tornerà più come prima. Lucas, apparentemente assolto dal processo e riabilitato dalla comunità, dovrà continuare a vivere leggendo l’ombra del sospetto negli occhi dei propri concittadini. Una menzione speciale alla fotografia meravigliosa che rimanda alla comunione con la natura in cui vivono le piccole comunità scandinave . E parlando de “Il sospetto”, per associazione di idee viene in mente un altro film poderoso incentrato sul potere distruttivo della calunnia e sul pregiudizio: “Il dubbio”, film indipendente del 2008 scritto e diretto da John Patrick Shanley con attori strepitosi del calibro di Maryl Streep e del compianto Philip Seymour Hoffman. L’ambientazione è completamente diversa: siamo al Bronx, new York, nel collegio della parrocchia di Saint Nicholas e tutto è imperniato sullo scontro di due forti personalità ovvero la rigida ed autoritaria superiora del collegio ed il nuovo parroco, innovatore e pieno di vita.  Anche se in questo film lo studio delle dinamiche della collettività sono molto meno presenti. Entrambi consigliati!