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giovedì 19 giugno 2014

“Accabadora” di Michela Murgia: temi attuali e spinosi ambientati in un mondo arcaico

Soreni, piccolo paese della Sardegna nei primi anni 50. La bambina Maria Listru, ultima di quattro figli di una famiglia poverissima, viene data in adozione dalla madre a Bonaria Urrai, sarta del paese, benestante vedova senza figli. Maria diventa quindi quella che in Sardegna viene definita “fillus de anima”, cioè una bambina generata due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra. Bonaria alleva Maria come una figlia in tutto e per tutto, garantendole un futuro e chiedendole in cambio soltanto di accudirla quando sarà il momento. Maria, dal canto suo, guarda con ammirazione l’autorevolezza di Bonaria, che sembra custodire antichi segreti millenari ed una saggezza popolare profondissima. Anche se presto intuisce che un alone di mistero avvolge la madre adottiva: ci sono furtive uscite notturne che non riesce a spiegare…sino al momento della rivelazione: Maria scopre che Bonaria è l’accabadora del paese, ovvero colei che dispensa una pietosa morte a persone irreversibilmente malate che non riescono a morire, su loro precisa richiesta. Bonaria segue una sua personale etica in questo delicatissimo compito: rifiuta categoricamente casi in cui si sospettino ingerenze di familiari avidi, interessati ad anticipare la dipartita di anziani parenti per poter arraffare più in fretta l’eredità; rifiuta, sulle prime, la richiesta pressante di aiuto di un giovane rimasto invalido per sempre a causa di un incidente, sostenendo che il suo compito non sia aiutare chi non trova il coraggio di vivere ma soltanto anticipare la dipartita di chi ormai è già stato condannato a morte dalla natura ed ha vissuto la propria vita, ma non riesce ad andarsene. Maria rimane talmente sconvolta ed indignata dalla verità, che scappa dalla Sardegna per andare a lavorare come domestica a Torino salvo poi rientrare in Sardegna alcuni anni dopo per onorare la promessa verso la madre adottiva, in fin di vita. Assistendo la moribonda la cui agonia si prolunga in maniera esasperante ed estenuante, Maria avrà modo di vedere in altra luce la storia ed il ruolo di Bonaria Urrai all’interno della comunità, e di capire come sia impossibile giudicare certe situazioni enormemente difficili, o stabilire delle regole. Michela Murgia ci consegna un mondo duro, arcaico, quasi estraneo al fluire della Storia, ricco di una forza primitiva, dove su tutto risalta la figura della “femmina accabadora”, l’archetipo femminile capace di accogliere la vita e toglierla pietosamente quando una millenaria saggezza popolare e la precisa volontà del morente suggeriscano che non ci siano altre alternative. Perché la donna è da sempre l’essere più vicino alla Vita, e quindi anche alla Morte, il rovescio della medaglia. La Murgia con una scrittura dura e poetica affronta temi spinosissimi ed attuali come quelli di eutanasia ed adozione, senza semplificazioni ne’ giudizi; e riesce a trascinarci in riflessioni attualissime pur descrivendo efficacemente un mondo magico e primitivo che sembra cristallizzato fuori dal tempo. Pubblicato da Einaudi nel 2009, nel 2010 il libro ha meritatamente vinto il Premio Campiello. Un romanzo intenso e duro, che scorre ed avvince il lettore nonostante lo spessore degli argomenti  trattati.